(Raffaele Iosa) Uno spettro s'aggira per le scuole d’Italia: lo spettro dei bambini e giovani come grande malattia. Tutte le potenze cliniche, dell’accademia, della psicologia cognitivista empirica, della meritocrazia darwiniana, delle competenze come competizione, si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: càmici, toghe e divise, magistrati e legislatori, radicali comportamentisti e poliziotti dell’omologazione sociale. Considerano ogni “problema” una malattia, e lo clinicizzano, come risposta allo spettro che s’aggira. Scompare la risposta pedagogica.
L’incipit para-marxiano descrive un processo di lunga iatrogenesi (malattie prodotte dai medici) che sta classificando in chiave “clinica” sempre più numerosi alunni, con ripercussioni sulla scuola fino alla sua stessa ragion d’essere, su gran parte della pedagogia progressista, sul destino dell’educazione come sviluppo individuale e collettivo della coscienza e della libertà.
La profezia di Ivan Illich su “Nemesi medica” si sta avverando: un dominio dell’algoritmo clinico che riduce le persone a “sintomo”, perdendone la complessiva identità. Per ogni sintomo c’è una medicina, una terapia, un santone. Siamo inoltre dominati dall’ideologia della salute omologata ad un’astratta vita senza mai dolori e fatiche. Sullo sfondo l’enorme potere, quasi senza limiti, della medicina attuale della “salute asintomatica”, effetto della consumistica ideologia del godimento senza limiti, della salute come “non malattia”.
In sostanza, è esplosa la manìa per cui tutti i “problemi” di ogni bambino o giovane (biologici, cognitivi, relazionali) vanno serializzati da uno sguardo scientista empirista che individua (cerca, trova, inventa) “sintomi” scissi dall’unitarietà e complessità di ogni singola persona.
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