Se lo è chiesto recentemente anche “SuperAbile” – la rivista dell’INAIL dedicata ai temi della “disabilità” – pubblicando un’inchiesta dal titolo “Qual è il modo migliore per definire la disabilità?”
La risposta - come spesso accade quando si trattano argomenti che toccano non soltanto questioni terminologiche, ma anche (e soprattutto) sensibilità individuali e collettive – non è stata univoca. Né univoca è stata l’indicazione di un approccio o totalmente prescrittivo (questo si può dire, questo non si deve dire) o semplicemente descrittivo (questo è quanto). Chiaro però è stato il senso dell’approfondimento, che esula da facilonerie pro o contro il politicamente corretto (a cui spesso viene associato questo tipo di dibattito, soprattutto nel tentativo di liquidarlo velocemente): i termini vanno considerati nel loro insieme, valutando (anche in diacronia) le connotazioni associate a ciascuno, e verificando, di ciascuno, la funzionalità a seconda del contesto.
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