Nato a Bologna il 19 luglio 1879 divenne quasi totalmente cieco poche settimane dopo la nascita, per una grave forma di congiuntivite. Sottoposto più tardi ad un intervento chirurgico, riesce a recuperare un residuo di vista ed a distinguere le ombre. Nel 1884 accede all'Istituto “Francesco Cavazza” di Bologna dove studia e consegue la licenza liceale. Dopo la maturità classica frequentò la Facoltà di Lettere e Filosofia a Bologna. Nel 1906 si laureò con una tesi dal titolo "Introduzione all'educazione dei ciechi", tesi che ebbe numerosi riconoscimenti, tra i quali il più significativo fu il premio per le ricerche di studi e di cultura "Vittorio Emanuele Secondo".
Negli anni successivi affrontò il problema dell’educazione dei ciechi con conferenze e per mezzo della stampa e nel 1912 la regina Margherita lo chiamò a Roma per sperimentare il suo metodo con un gruppo di cinque bambine accolte presso “l’Ospizio dei Poveri ciechi” in via del casale di S. Pio Quinto, in una vecchia villa papale. Le cinque bambine avevano un'età compresa tra i nove e i dodici anni, erano cieche dalla nascita e da sempre cresciute e vissute nell'ospizio. In questo contesto si inserì improvvisamente l'idea nuova di Augusto Romagnoli di una scuola attiva, operativa, fondata oltre che sull’insegnamento del Braille e delle materie grafo-lessicali, soprattutto sul ripristino dell’attività fisica e sull'intensa stimolazione della curiosità pratica e dell'intelligenza operativa.
Per cinque anni Augusto Romagnoli studiò quotidianamente con molta attenzione lo sviluppo motorio, le coordinazioni senso percettive, l’apprendimento del metodo di letto-scrittura Braille, la funzione immaginativa e la formazione del carattere dei ragazzi ciechi, realizzando nel frattempo il suo intervento educativo con effetti ben apprezzabili.
L'esperimento nel casale di Roma sarà poi raccontato nel 1924 dal suo stesso autore in un volume dal titolo "Ragazzi ciechi" che costituisce una fra le più importanti opere tiflo-pedagogiche pubblicate in Italia e che può senz'altro essere definita uno dei più preziosi contributi recati nel mondo dell'educazione dei fanciulli ciechi. In essa Romagnoli sostiene che la meraviglia e la pietà possono e debbono trasformarsi in operazioni benevole quanto intelligenti svelando e facilitando nella condotta dei ciechi nuove e migliori possibilità evolutive.
Il suo discorso tiflologico scaturisce direttamente dalla sua sensibilità di educatore ma soprattutto dalla convinzione che il miglioramento delle condizioni dei ciechi avrebbe favorito non poco il progresso della civiltà umana.
Il metodo di Romagnoli non diede i suoi frutti solo in ambito scolastico, ma anche sul piano legislativo. L'estensione dell'obbligo scolastico fino ai quattordici anni per gli alunni non vedenti ritenuti educabili fu ottenuto con il Regio Decreto numero 3126 del 30 dicembre 1923 col quale veniva predisposta anche la formazione di personale adeguatamente specializzato all’insegnamento del Braille, della mobilità ed orientamento, delle attività manuali ecc..., accanto ad altre importanti acquisizioni giuridiche nel settore del diritto allo studio. Nelle ordinanze esplicative di tale decreto regio si fa esplicito riferimento alle concezioni metodologico didattiche di Romagnoli.
Nasce così nel 1925 a Roma la "Regia Scuola di Metodo per gli educatori dei ciechi". Essa è l’unica Scuola di metodo per educatori dei ciechi del nostro paese. Tale “lungimirante” ed innovativa istituzione avrà come suo primo Direttore ovviamente Augusto Romagnoli e ricoprirà per diversi decenni in Italia un ruolo centrale nella consulenza tiflodidattica e nell’orientamento professionale degli educatori dei privi della vista.
Il suo contributo al progresso dell'istruzione dei ciechi appare indubbiamente fondamentale e ancora oggi tale da farlo considerare il fondatore della tiflologia in Italia e tale da promuovere nuovi studi e ricerche. Si tratta di un contributo concreto, concentrato a focalizzare l'attenzione sociale sull'educabilità dei ciechi e ad invitare i ciechi stessi a partire dalle proprie responsabilità. Nonostante pensasse che "l'ideale sarebbe che venissero educati coi loro compagni vedenti", sapeva che "i tempi non sono maturi": nacquero così le scuole speciali.
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