Se gli chiedete qual è il risultato di cui va più orgoglioso, Girolamo Botter risponde senza esitazioni: “E’ vedere l’espressione di un bambino gravemente ammalato che può comunicare attraverso uno strumento informatico”.
Siamo andati a trovarli anche noi i bambini e i ragazzi che vanno su facebook, chattano, giocano, ascoltano musica, mentre aspettano di guarire in un lettino dell’ospedale oncologico pediatrico di Brescia. Qui una rete wi-fi, che connette 28 computer dotati di software per giocare e comunicare, è stata installata da Informatici Senza Frontiere, l’associazione presieduta da Girolamo Botter e composta da persone che combattono il digital divide con i soli strumenti della competenza e dell’impegno, convinti che l’accesso al web sia un prerequisito per lo sviluppo e un bene primario per la qualità della vita. Non è difficile dar loro ragione guardando i bambini che parlano e scherzano con genitori e amici attraverso Skype. “Sono bambini colpiti da leucemie, da tumori o da difetti primitivi dell’immunità che li costringono a vivere in una bolla perché un’infezione potrebbe essere mortale – spiega il primario del reparto, Fulvio Porta, presidente dell’Associazione di Oncologia Pediatrica – Vengono da tutto il mondo e restano ricoverati a lungo. Il problema per loro è comunicare, essere nel mondo, non sentirsi isolati e malati in maniera troppo grave. Informatici senza Frontiere ci ha fatto un grandissimo regalo, ha reso il reparto wi-fi, quindi noi possiamo garantire a bambini, adolescenti, mamme, di comunicare.”L’esperienza di Brescia è già stata replicata a Trieste ed è pronta per essere lanciata anche nell’ospedale pediatrico di Monza. Ma gli informatici senza frontiere sono si fermano. Dal Veneto, dove sono nati per iniziativa di un gruppo di manager del settore, sono arrivati in altre cinque regioni e sono diventati 150. Tutto però è cominciato molto lontano, quando un medico italiano ha chiesto aiuto per gestire il suo piccolo ospedale in Uganda. Loro sono andati nella savana ugandese, hanno realizzato il software Open Hospital, l’hanno installato ed è ancora funzionante lì e una decina di altri ospedali rurali in Kenya, Afghanistan, Benin, Congo. Dall’Africa all’Italia in cinque anni di vita hanno fatto tanto. “Quello che ora manca non dipende da loro – commenta il professor Fulvio Porta – Noi vorremmo che i ragazzi ricoverati potessero anche seguire le lezioni con le loro classi. L’ostacolo non è l’ospedale, perché Informatici senza Frontiere ci ha fornito di tutto. Sono le scuole. Le classi devono avere la tecnologia, la webcam, il computer. E non è sempre vero”.
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(fonte: http://neapolis.blog.rai.it/)
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