«Il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito»

William Gibson

lunedì 25 maggio 2026

ISTAT. Rapporto Annuale. La situazione del Paese

Giovedì 21 maggio, alle ore 11 presso l’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Presidente dell’Istituto nazionale di statistica Francesco Maria Chelli ha avviato le celebrazioni ufficiali del Centenario dell’Istituto nazionale di statistica, con la presentazione del Rapporto Annuale Istat 2026.

https://www.istat.it/produzione-editoriale/rapporto-annuale-2026-la-situazione-del-paese/

Sintesi. Il sistema educativo e l’investimento in capitale umano

Nel 2024 la spesa pubblica per l’istruzione in Italia ha raggiunto 88,95 miliardi di euro (84,38 nel 2023), con un’incidenza dell’8,0 per cento sulla spesa pubblica totale. Nonostante la crescita registrata nell’ultimo decennio, sostenuta recentemente dai fondi del PNRR e dai rinnovi contrattuali del personale, l’investimento nazionale in istruzione, pari al 4,0 per cento del Pil, rimane inferiore al valore medio dell’UE27 (4,8 per cento).

Negli ultimi decenni, una serie di interventi di riforma del sistema educativo ha interessato l’intero percorso formativo, armonizzandolo agli standard europei. Nel segmento dell’istruzione secondaria di secondo grado, dopo l’istituzione di nuovi percorsi liceali, sono stati introdotti i percorsi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) e gli Istituti Tecnologici Superiori (ITS); nel 2024, è stata inoltre avviata la nuova filiera tecnologico-professionale “4+2”, con l’obiettivo di contrastare il depauperamento dei percorsi professionalizzanti e favorire una maggiore interazione con il mondo dell’impresa. Anche l’istruzione terziaria ha subito dal 1999 importanti trasformazioni, con l’introduzione dei corsi di laurea triennale e magistrale “3+2” e l’equiparazione dei percorsi di Alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam) a quelli universitari. Il numero di coloro che conseguono ogni anno un titolo terziario è quasi triplicato dal 1999 al 2024(da 190 mila a 544 mila); ciononostante, solo il 31,6 per cento dei 25-34enni possiede un titolo terziario, contro il 44,1 per cento della media dell’UE27. 

Il sistema universitario italiano -- composto da 92 atenei nel 2023-2024 -- ha visto aumentare il numero di iscritti da 1,7 (2014/2015) a oltre 2 milioni (2023/2024). Le università telematiche hanno registrato la crescita più significativa, intercettando un’utenza più adulta (in media 31,7 anni di età) e in quasi i due terzi dei casi già inserita nel mercato del lavoro (contro un’età media di 23,8 anni e il 20,4 per cento di occupati per gli atenei tradizionali). Nonostante la diffusione territoriale dell’offerta, persistono flussi di mobilità studentesca a medio e lungo raggio fortemente asimmetrici, con 152 mila studenti del Mezzogiorno iscritti in atenei del Centro-nord nel 2023-2024.

È importante sottolineare che l’investimento in istruzione garantisce risultati migliori nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione raggiunge l’85,3 per cento tra chi possiede un titolo terziario, contro il 74,6 per cento dei diplomati e il 56,1 per cento di chi ha la sola licenza media. Al crescere del titolo di studio, inoltre, il divario occupazionale di genere si riduce drasticamente (da 20,1 punti percentuali nel complesso a 6,5 per le laureate).

Le discipline medico-sanitarie e STEM assicurano tassi di occupazione più elevati (rispettivamente, 90,0 e 86,5 per cento) e livelli di soddisfazione lavorativa superiori, sebbene le donne in area STEM manifestino una soddisfazione per la retribuzione e la stabilità lavorativa inferiore ai colleghi maschi. Meno positiva la condizione degli stranieri laureati, con un tasso di occupazione (68,4 per cento) inferiore sia a quello dei laureati italiani (86,3 per cento), sia a quello dei diplomati stranieri (70,7 per cento).

L’Italia fatica a trattenere i profili più specializzati: nel 2025, a 4-6 anni dal conseguimento del titolo, il 10,4 per cento dei dottori di ricerca formati in Italia lavora all’estero. Le ragioni principali sono le maggiori opportunità di un impiego adeguato (81,7 per cento) o meglio retribuito (73,7 per cento).

Il nostro Paese ha raggiunto in anticipo l’obiettivo europeo per il 2030 sugli abbandoni precoci, scesi all’8,2 per cento nel 2025 (rispetto al 9,1 per cento della media dell’UE27), mostrando un importante recupero rispetto al 2005, quando il divario con l’Europa era di 6,5 punti percentuali. Restano però ancora significative le differenze di genere (10,1 per cento dei maschi, contro il 6,2 delle femmine), per cittadinanza (26,2 per cento degli stranieri contro 6,7 per cento degli italiani) e background culturale della famiglia (20,7 per cento se i genitori hanno al massimo la licenza media, 1,1 per cento se almeno un genitore è laureato). Emerge inoltre una marcata fragilità negli apprendimenti: il 36,0 per cento degli studenti all’ultimo anno delle superiori presenta competenze inadeguate in italiano e matematica, mentre l’8,7 per cento si trova in condizione di dispersione implicita, registrando livelli di competenze inadeguate anche in inglese. Il tipo di scuola frequentata e l’area geografi ca di residenza sono i fattori più influenti sulla dispersione implicita: a parità di caratteristiche socio-demografi che, frequentare un istituto professionale comporta un rischio di dispersione scolastica sedici volte superiore rispetto a quello dei liceali e vivere nelle Isole lo rende undici volte più elevato, oltre a triplicare il rischio di fragilità.

Si registra, infine, una crescente attenzione del sistema educativo verso gli alunni con disabilità e l’inclusione: in particolare, il numero di docenti di sostegno è più che raddoppiato in dieci anni (da 112.212 nel 2013/2014 ai 235.134 del 2023/2024); l’incidenza sul totale dei docenti è passata dal 14,4 per cento al 24,4 per cento.

Approfondimento

https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/05/Capitolo-3.pdf

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